La più grande bugia del settore agroalimentare?
Che il km 0 sia una moda etica. In realtà è una tecnologia sociale camuffata da verdura fresca.
Pensaci: una filiera corta non è solo meno chilometri. È un algoritmo culturale che riscrive la logica della distribuzione. Ogni prodotto locale è un microchip di biodiversità che interferisce con il “software globale” del cibo industriale.
Molti parlano dei benefici ambientali. Pochi parlano dei benefici sistemici: riduzione dell’entropia alimentare, resilienza della microeconomia, aumento della “densità narrativa” dei territori.
Il vero potere del km 0 non è nutrire meglio.
È riattivare ecosistemi invisibili: relazioni, competenze, identità. Chi controlla la filiera corta, controlla la percezione del valore — e chi controlla la percezione del valore, controlla il mercato.
Il km 0 non è un prodotto: è un vantaggio competitivo travestito da zucchina.
